THIAGO MOTTA RESTA ALLA JUVE: PERCHÉ LA DIRIGENZA NON HA OPTATO PER L’ESONERO

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Nonostante il doppio ko, la fiducia rimane: i motivi della scelta

Sette gol subiti e zero realizzati nelle ultime due partite, una squadra inerme e confusa, priva di reazione agli schiaffi ricevuti dagli avversari. Il crollo della Juventus contro Atalanta e Fiorentina sembrava aver creato le condizioni ideali per un cambio in panchina, soprattutto con l’arrivo della sosta per le nazionali. Eppure, il dt Giuntoli ha ribadito la fiducia a Thiago Motta, che comunque affronterà nelle prossime ore un confronto con la dirigenza.

Ma quali sono le ragioni di questa scelta controcorrente? Esaminiamo i fattori che hanno portato la Juventus a resistere alla tentazione dell’esonero.

L’aspetto economico e la mancanza di alternative

L’impatto finanziario di un eventuale esonero non è trascurabile: con un contratto fino al 2027 da 3,5 milioni annui, licenziare Motta costerebbe alla società più di 10 milioni di euro.

Al di là dell’aspetto economico, però, c’è una questione pratica altrettanto rilevante: la carenza di alternative valide per una soluzione immediata. Gli unici allenatori di livello attualmente disponibili sarebbero Igor Tudor (già presente nello staff di Pirlo nella stagione 2021-22) e Roberto Mancini.

Entrambi, tuttavia, difficilmente accetterebbero un incarico da semplici traghettatori per le ultime nove giornate di campionato. Richiederebbero inevitabilmente un impegno contrattuale più lungo, almeno fino alla prossima stagione, una soluzione che la Juventus preferirebbe evitare.

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Una classifica ancora recuperabile

Per quanto possa sembrare paradossale dopo il recente sorpasso del Bologna al quarto posto, la posizione in classifica della Juventus è un altro fattore che ha contribuito alla conferma dell’allenatore.

Nonostante le prestazioni disastrose contro Atalanta e Fiorentina, la situazione non appare irrimediabilmente compromessa. La distanza minima dalla zona Champions League lascia aperta la possibilità di “salvare” una stagione che, al netto delle ultime deludenti prestazioni, ha comunque visto la squadra bianconera in lotta per lo scudetto fino a poco tempo fa e ancora in corsa nella Coppa Italia.

Responsabilizzare i giocatori, non solo l’allenatore

Un terzo elemento significativo emerge dalle dichiarazioni di Giuntoli dopo la disfatta del Franchi: la volontà di distribuire le responsabilità di questo tracollo anche alla squadra, evitando che sia solo l’allenatore a pagare per tutti.

“La sensazione è che ci sia una deresponsabilizzazione di ognuno dei calciatori, che hanno tanto le loro colpe”, ha osservato Marco Parolo a Dazn, trovando l’immediato consenso del dirigente bianconero: “Sì, hai ragione, un intervento lo abbiamo già fatto una bella partita. Chiaramente in maniera lucida, tutti insieme stiamo ritrovando quell’equilibrio perduto”.

In un’epoca in cui gli sportivi italiani più seguiti sui social media spesso diventano intoccabili anche all’interno degli spogliatoi, la scelta della Juventus di richiamare i giocatori alle loro responsabilità rappresenta un tentativo di preservare la gerarchia tecnica e ripristinare i giusti equilibri all’interno del gruppo.

Pensare al progetto nel lungo termine

Dietro alla conferma di Thiago Motta c’è anche una considerazione di carattere strategico. Se la qualificazione alla Champions League dovesse sfumare, è prevedibile che le riflessioni a fine stagione riguarderanno l’intero progetto tecnico e non esclusivamente la figura dell’allenatore.

In questo scenario, un cambio di guida tecnica a nove giornate dalla fine rischierebbe di rappresentare solo un palliativo temporaneo, incapace di risolvere problemi strutturali più profondi che potrebbero richiedere un ripensamento complessivo della pianificazione sportiva.

La scelta della Juventus di mantenere Thiago Motta alla guida della squadra appare quindi dettata da un insieme di fattori economici, pratici e strategici che, nella visione della dirigenza, rendono preferibile la continuità rispetto a un cambio improvviso che potrebbe rivelarsi più dannoso che benefico nel lungo periodo.

 

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